Lectio Quotidiana
Gio, 6 agosto 2026
Trasfigurazione del Signore, festa
Dn 7,9-10.13-14; Mt 17,1-9
Tabor e Calvario
Ogni mattina lui si sveglia con lo stesso peso nel cuore. Ci sono bollette da pagare, persone da incontrare, ferite da nascondere, responsabilità da portare e domande per le quali non ci sono risposte facili. La sua vita sembra una salita quotidiana. Non è sempre drammatica. Non è sempre visibile agli altri. Ma dentro di lui, ogni giorno, egli sale un Calvario.
Alcuni giorni si sente stanco ancora prima che il giorno inizi. Alcuni giorni vorrebbe spiegarsi davanti a tutti. Alcuni giorni vorrebbe dare un senso alla sua sofferenza. Alcuni giorni si chiede: «Perché devo portare ancora questa croce?»
Ma nella festa della Trasfigurazione, il Vangelo gli dice: mentre sali il Calvario, non dimenticare il monte Tabor.
Sul Tabor, Gesù si trasfigura. Il suo volto brilla come il sole. Le sue vesti diventano bianche come la luce. Per un momento, i discepoli vedono non solo il maestro di Nazaret, ma il Signore della gloria. Vedono la luce nascosta che era sempre presente in Lui. Prima di vedere il suo volto ferito sul Calvario, ricevono la grazia di vedere il suo volto luminoso sul Tabor.
Questo deve ricordare. La sua sofferenza è reale, ma non è tutta la verità. Le sue ferite sono reali, ma non sono l’ultima parola. Il suo Calvario è reale, ma anche il Tabor è reale.
La prima lettura, tratta dal libro di Daniele, apre una visione ancora più grande. Vengono posti dei troni. L’Antico dei giorni si siede. Migliaia e migliaia lo servono. Uno simile a un figlio d’uomo viene con le nubi del cielo. A Lui sono dati dominio, gloria e regno. Il suo regno non passerà.
Questo non è il tempo ordinario. Questo è il tempo di Dio.
Nel tempo umano, le cose sembrano spezzate. Il male sembra forte. I giusti soffrono. Gli innocenti aspettano. I deboli vengono schiacciati. Il futuro appare incerto. Ma nel tempo di Dio, tutto finirà bene. La gloria è già preparata. Il regno appartiene già al Figlio dell’uomo. L’ultima parola non è confusione, ma gloria.
Perciò, chi ogni giorno sale il Calvario della vita deve ricordare la gloria cosmica invincibile che è stata mostrata sul Tabor e promessa in Daniele. La gloria di Dio non è fragile. Non viene sconfitta dalla croce. Passa attraverso la croce e risplende oltre la croce.
Pietro, però, fa ciò che spesso facciamo anche noi. Comincia a parlare: «Signore, è bello per noi essere qui. Se vuoi, farò tre capanne». Vuole organizzare quel momento. Vuole dargli un senso. Vuole fare qualcosa.
Ma mentre sta ancora parlando, la voce del Padre lo interrompe: «Questi è il Figlio mio, l’amato; ascoltatelo».
Questo basta.
Il discepolo non deve capire tutto. Non deve spiegare tutto. Non deve sempre parlare. Non deve dare subito un senso a ogni dolore. Basta ascoltare.
L’uomo che ogni giorno sale il Calvario impara lentamente che la fede non è la forza di spiegare la sofferenza. La fede è la grazia di continuare a camminare ascoltando Gesù. Egli impara che il Tabor non è una fuga dal Calvario. Il Tabor è la memoria che dà forza per il Calvario.
Così egli si alza di nuovo. Porta ciò che deve essere portato. Fa il lavoro che gli è stato affidato. Ama le persone poste davanti a lui. Non deve parlare molto. Non deve dimostrare molto. Non deve rendere tutto chiaro.
Basta che ricordi il Tabor.
Basta che si fidi del tempo di Dio.
Basta che ascolti il Figlio.
Per chi ascolta Gesù, il Calvario non sarà la fine. La luce del Tabor risplenderà di nuovo.
Don Yesu Karunanidhi
Arcidiocesi di Madurai
Un’iniziativa Yesni Prays

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