Lectio Quotidiana
Sab, 18 aprile 2026
Seconda Settimana di Pasqua
Atti 6,1–7. Giovanni 6,16–21
Gesù non era ancora arrivato
Il Vangelo di oggi ci lascia una frase forte e quasi inquietante: Gesù non era ancora arrivato. I discepoli sono nella barca, già lontani dalla riva. Il mare è agitato, il vento è forte e l’oscurità li circonda. Vanno avanti—ma senza Gesù.
Questo non è solo un momento del loro viaggio. È uno specchio del nostro.
Giovanni, scrivendo dopo la risurrezione e l’ascensione di Gesù, sembra dare a questa scena un significato più profondo. La barca diventa simbolo della Chiesa. I discepoli rappresentano coloro che hanno la responsabilità di guidare. E l’assenza di Gesù non è solo fisica—diventa teologica, persino esistenziale. Ci sono momenti in cui la Chiesa va avanti, organizza, lavora, fatica… eppure, in qualche modo, Gesù non è ancora “arrivato” al suo interno.
Papa Francesco, riflettendo sulla natura della Chiesa nel cammino sinodale, ci ricorda che la Chiesa è sempre comunione di tre: Gesù, gli apostoli e il popolo. Quando uno di questi manca—soprattutto quando Gesù viene messo da parte—si perde l’equilibrio. E a volte, in modo silenzioso e quasi inconscio, spingiamo Gesù ai margini. Continuiamo a remare, ma senza accoglierlo davvero nella nostra barca.
Nel Vangelo di oggi, i discepoli non stanno facendo qualcosa di sbagliato. Remano, perseverano, fanno quello che possono. Ma il loro sforzo è incompleto. Manca la presenza di Colui che dà direzione, senso e pace. Solo quando sono pronti ad accoglierlo nella barca accade qualcosa di straordinario: subito arrivano alla riva.
La prima lettura ci mostra un’altra dimensione della stessa verità. La Chiesa delle origini, spesso idealizzata come perfettamente unita, affronta un problema reale e concreto. Le vedove di lingua greca vengono trascurate nella distribuzione quotidiana. Emergono divisioni culturali e linguistiche. Anche nella prima comunità appaiono limiti umani—preferenze, disattenzioni, disuguaglianze.
Ma qui sta la differenza: gli apostoli non ignorano il problema. Intervengono subito. Discernono, riorganizzano e rispondono con sapienza. Nasce così il ministero del servizio—il diaconato.
Eppure, in mezzo a questa riorganizzazione, prendono una decisione fondamentale. Chiariscono la loro priorità: “Noi ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della Parola.” Non negano l’importanza del servizio. Ma rifiutano di perdere il centro.
È qui che sta il vero pericolo per noi oggi.
Spesso diventiamo una Chiesa di attività senza profondità, di servizio senza sorgente. Ci spendiamo nell’organizzare, nel gestire, nel rispondere ai bisogni—e tutto questo è buono. Ma lentamente, quasi senza accorgercene, iniziamo ad allontanarci. Come i discepoli nel mare, andiamo sempre più lontano… e Gesù non è ancora arrivato.
A volte costruiamo comunità centrate sulle persone invece che su Cristo. A volte ci concentriamo così tanto sui bisogni umani da dimenticare la presenza divina che sola dà senso duraturo. A volte siamo così occupati a “servire alle mense” da trascurare la preghiera e la Parola.
E così, senza rendercene conto, ci troviamo a remare nel buio.
Il Vangelo di oggi non è un rimprovero; è un invito.
I discepoli, quando vedono Gesù camminare sul mare, hanno paura. Ma Egli dice: “Sono io, non abbiate paura.” E poi c’è una frase bellissima: volevano prenderlo nella barca. Questo desiderio è il punto di svolta.
Tutto comincia a cambiare non quando remano più forte, ma quando sono disposti ad accoglierlo.
Questa è la domanda per noi oggi: vogliamo davvero Gesù nella nostra barca? Oppure ci siamo abituati ad andare avanti senza di Lui?
Gli apostoli nella prima lettura “rimangono uniti” a Dio attraverso la preghiera e la Parola. Gesù stesso vive in comunione costante con il Padre. E anche il piccolo contributo degli altri—come quello delle vedove o il servizio dei diaconi—diventa fecondo quando è radicato in Lui.
Il nostro compito non è abbandonare ciò che è umano, ma offrirlo. Non smettere di remare, ma fare in modo che Cristo sia con noi nel cammino.
Perché senza di Lui, anche lo sforzo più sincero resta incompleto.
Ma con Lui, qualcosa cambia. La distanza si accorcia. Il buio perde forza. E la riva—la nostra vera meta—si avvicina, spesso più rapidamente di quanto immaginiamo.
“Gesù non era ancora arrivato” non è solo una descrizione. È un avvertimento… e una grazia. Accendiamo di nuovo il desiderio di Lui. Accogliamolo di nuovo. E allora, anche in mezzo alla tempesta, la nostra barca arriverà alla riva.
Don Yesu Karunanidhi
Arcidiocesi di Madurai
Una iniziativa “Yesni Prays”

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