Lectio Quotidiana
Dom, 27 settembre 2026
XXVI Domenica del Tempo Ordinario
Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32
Ha cambiato idea
La prima lettura di oggi è tratta dal Libro del profeta Ezechiele. Ezechiele era contemporaneo del profeta Geremia. Fu deportato a Babilonia insieme agli abitanti di Gerusalemme. Fu tra coloro che videro con i propri occhi la distruzione della città e del Tempio.
Gli esiliati pensavano che la loro sofferenza fosse causata dai peccati dei loro antenati e si lamentavano dicendo che Dio li trattava ingiustamente. Attraverso Ezechiele, il Signore risponde a questa lamentela. Ogni persona è responsabile delle proprie azioni. Perciò, ciascuno deve assumersi la propria responsabilità e tornare a Dio.
Nella seconda lettura, Paolo dà alcuni consigli alla Chiesa di Filippi, una comunità molto cara al suo cuore. I cristiani di quella comunità erano turbati dall’ambizione egoistica, dall’orgoglio e dalla rivalità, che creavano divisioni e conflitti.
Paolo dà loro due indicazioni. Primo, devono vivere le relazioni con umiltà. Secondo, devono prendere Cristo come modello e smettere di trovare scuse per se stessi.
Paolo utilizza poi uno dei più belli inni cristologici della Chiesa primitiva. Cristo non si aggrappò alla sua uguaglianza con Dio. Non rimase dentro la propria sicurezza. Svuotò se stesso, lasciò il suo privilegio e divenne uno di noi.
Nel Vangelo di oggi, Gesù propone la parabola dei due figli. Possiamo chiamarla una “parabola di autoesame”. Chi ascolta una parabola di questo tipo deve riconoscersi in uno dei personaggi, esaminarsi e dare una risposta.
Anche la parabola che il profeta Natan raccontò al re Davide, sul ricco e sulla pecorella del povero, appartiene a questo tipo. Dopo aver ascoltato il racconto, Davide reagisce subito dicendo che quell’uomo merita una punizione. Solo allora Natan gli dice: «Tu sei quell’uomo».
La parabola dei due figli, che troviamo soltanto nel Vangelo di Matteo, contiene alcuni elementi sorprendenti.
(a) Primo, la questione del figlio maggiore e del figlio minore.
Nella Bibbia ricorre spesso un modello: il figlio più giovane viene scelto. Ismaele viene messo da parte e viene scelto Isacco. Esaù viene messo da parte e viene scelto Giacobbe. Tra i figli di Giacobbe, Giuseppe, l’undicesimo, riceve un favore particolare. Nella parabola del figlio perduto raccontata da Luca, il figlio minore torna a casa e viene accolto, mentre il maggiore rimane fuori a lamentarsi. Anche nella genealogia di Matteo compaiono spesso figli più giovani. Ma nella parabola di oggi, colui che alla fine diventa gradito al padre non è il figlio minore, ma il maggiore.
(b) Secondo, il Regno di Dio.
Matteo preferisce normalmente l’espressione «Regno dei cieli». Qui, invece, Gesù parla del «Regno di Dio». È un’espressione meno comune in Matteo e per questo attira la nostra attenzione.
(c) Terzo, “pubblicani e prostitute”.
Di solito nei Vangeli troviamo l’espressione «pubblicani e peccatori». Qui, invece, Gesù parla di «pubblicani e prostitute». La parola «prostitute» compare anche nella parabola del figlio perduto, quando il fratello maggiore accusa il figlio minore. L’espressione «pubblicani e prostitute» può anche ricordarci Matteo stesso e Raab. Matteo, pubblicano, accolse Gesù e lo seguì, mentre molti dei suoi contemporanei lo rifiutarono. Raab, la prostituta cananea, accolse le spie d’Israele e riconobbe il Signore come suo Dio. Tutte queste espressioni devono essere state molto forti per i capi dei sacerdoti e gli anziani che ascoltavano Gesù. Gesù sta dicendo che pubblicani e prostitute li precedono nel Regno di Dio.
Il figlio minore aveva le parole, ma non le azioni. Il figlio maggiore, all’inizio, non aveva parole buone, ma alla fine ebbe le azioni.
Questo ci riporta al Discorso della Montagna: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel Regno dei cieli» (cf. Mt 7,21). Le parole da sole non bastano. Contano le azioni.
Che cosa ci dice questa parabola?
Il figlio minore fa una promessa falsa. Parla con rispetto al padre e dice: «Sì, signore», ma poi fa ciò che vuole. Il figlio maggiore fa una cosa importante: cambia idea. La volontà del padre non coincide, all’inizio, con la sua volontà. Eppure cambia il proprio modo di pensare e si orienta verso la volontà del padre.
Gesù dice la stessa cosa in modo negativo ai suoi ascoltatori: «Voi non avete cambiato idea».
Questa diventa la domanda centrale per noi oggi: sono pronto a cambiare idea per orientarmi verso la volontà di Dio?
Anche se all’inizio dico «No» a Dio, c’è ancora speranza. Dio mi dà tempo per cambiare idea. Sant’Agostino cambiò idea. Il suo «No» non diventò l’ultima parola della sua vita.
Questo è il cambiamento che conduce alla grandezza.
Tutti desideriamo qualcosa di grande nella vita. Ma pensare alla grandezza e parlare della grandezza non basta. È necessaria l’azione.
Le letture di oggi ci offrono tre insegnamenti.
Primo, dobbiamo rimanere nella giustizia e nel bene con perseveranza. Se ci siamo allontanati dal bene, dobbiamo ritornare ad esso. Ezechiele ci ricorda che siamo responsabili della direzione della nostra vita.
Secondo, la via della grandezza è l’umiltà. Paolo ci insegna che questo è l’atteggiamento di Cristo Gesù. Cristo non si aggrappò al privilegio. Si umiliò.
Terzo, il cambiamento non avviene soltanto attraverso pensieri e parole. Avviene attraverso le azioni.
Il figlio che all’inizio disse «No» diventò obbediente perché cambiò idea. Dio non ci chiede se la nostra prima risposta è stata perfetta. Ci chiede se siamo disposti a cambiare direzione. Cambiare idea verso la volontà di Dio è già l’inizio della conversione.
Don Yesu Karunanidhi
Arcidiocesi di Madurai
Iniziativa Yesni Prays

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