Lectio Quotidiana. Dom, 12 luglio 2026. La Parola di Dio e la nostra parola

Lectio Quotidiana
Dom, 12 luglio 2026
XV Domenica del Tempo Ordinario
Is 55,10-11; Sal 65; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

La Parola di Dio e la nostra parola

Le letture di oggi ci invitano a esaminare due realtà: la nostra risposta alla Parola di Dio che ascoltiamo e la forza delle parole che pronunciamo.

(a) Contesto e significato della prima lettura (Isaia 55,10-11)

Gli studiosi della Bibbia dividono il libro di Isaia in Primo Isaia, Secondo Isaia e Terzo Isaia. La prima lettura di oggi è tratta dal Secondo Isaia. Egli parla al popolo d’Israele che si trova in esilio a Babilonia. Quando annuncia che il popolo ritornerà nella propria terra, la gente fatica a credere alle sue parole. Si domanda se Dio sarà davvero fedele alla sua promessa.

Nel mondo antico del Vicino Oriente, la parola di un re era considerata potente. Le parole dette e le azioni compiute dovevano andare insieme. Una parola non era soltanto un suono. Portava autorità ed effetto.

In questo contesto, Isaia usa un’immagine presa dalla natura. La pioggia e la neve scendono dal cielo. Non vi ritornano senza aver compiuto il loro scopo. Bagnano la terra, la rendono feconda e danno il seme al seminatore e il pane a chi mangia.

Allo stesso modo, la Parola di Dio non ritorna vuota. Le parole vuote diventano soltanto suoni che scompaiono nell’aria. Dio non pronuncia suoni vuoti. La sua Parola porta cambiamento sulla terra.

(b) Spiegazione del salmo responsoriale (Salmo 65)

Questo salmo, attribuito a Davide, è anche un canto comunitario d’Israele. Dopo essersi stabilito nella terra promessa, il popolo cominciò a seminare e a coltivare la terra. Il salmo celebra l’abbondanza e la pienezza ricevute.

Il salmista canta: «Tu coroni l’anno con i tuoi benefici; i tuoi solchi stillano abbondanza». La fecondità agricola dipende dalle stagioni. Tuttavia, la gioia e la pienezza che vengono dal raccolto rimangono per tutto l’anno.

(c) Contesto e significato della seconda lettura (Romani 8,18-23)

La seconda lettura inizia con le parole: «Le sofferenze del tempo presente». Questa espressione può riferirsi alle sofferenze vissute dalla Chiesa di Roma, oppure alla sofferenza della morte che tutta l’umanità sperimenta come conseguenza del peccato.

Paolo dice che le sofferenze presenti sono piccole se paragonate alla gloria che sarà rivelata. Per spiegarlo, usa l’immagine delle doglie del parto. Il dolore del parto è reale. Tuttavia, quando nasce un bambino, la gioia della nuova vita fa dimenticare il dolore. Attraverso quel dolore, la madre entra nella gioia della nuova vita.

Tutta la creazione desidera essere liberata dalla sua condizione presente.

Anche ogni azione della nostra vita porta con sé una specie di dolore del parto. Dal momento in cui ci alziamo al mattino, ogni compito, responsabilità e lavoro richiede fatica. Il contadino vive questa fatica nel seminare, irrigare, concimare e curare il campo. Ma al tempo del raccolto, dimentica la fatica. Attraverso il suo lavoro, entra nella gioia del raccolto.

(d) Contesto e significato del Vangelo (Matteo 13,1-23)

Il Vangelo di oggi ha tre parti: la parabola del seminatore, lo scopo delle parabole e la spiegazione della parabola. Con questo brano, Gesù inizia il suo discorso in parabole. Matteo presenta sette parabole del Regno dei cieli. La parabola del seminatore, o dei semi, è la prima.

Nella pratica agricola d’Israele, prima si spargevano i semi e poi si arava il terreno. Il seminatore entra nel campo aperto e sparge il seme. Il seme cade su quattro tipi di terreno: la strada, il terreno sassoso, il terreno pieno di rovi e il terreno buono.

La strada può indicare i sentieri vicino ai campi o dentro i campi. Poiché la gente vi camminava, il terreno era diventato duro. I semi rimanevano in superficie e diventavano cibo per gli uccelli.

Il terreno sassoso aveva solo un sottile strato di terra. L’umidità faceva germogliare subito i semi, ma le piante non potevano mettere radici profonde.

Il terreno pieno di rovi non permetteva al seme di ricevere abbastanza nutrimento, acqua e spazio. L’ombra e la pressione dei rovi bloccavano la crescita delle piante.

I semi caduti sul terreno buono producono frutto: cento, sessanta e trenta volte tanto. Per la loro forza naturale, i semi possono portare trenta volte tanto. Quando l’ambiente è favorevole, possono portare sessanta volte tanto. Con la presenza di Dio, possono portare cento volte tanto.

La seconda parte spiega perché Gesù parla in parabole. Prima di tutto, le parabole aiutano a comprendere il mistero nascosto del Regno attraverso immagini visibili. In secondo luogo, quelli che stanno fuori dalla comunità di Gesù non riescono facilmente a comprenderne il significato. L’insegnamento rimane nascosto a coloro che si oppongono a Lui.

La terza parte offre la spiegazione della parabola. Mostra anche i problemi vissuti dalla comunità di Matteo. Le parole di Gesù cadono nelle orecchie dei suoi oppositori, ma, come il seme caduto sulla strada, il maligno le porta via. Quelli che beneficiano delle sue opere potenti possono essere come il terreno sassoso. Credono subito, ma non rimangono saldi. Alcuni sono come il terreno pieno di rovi. Sono toccati dalle parole di Gesù, ma non danno una risposta piena. Erode Antipa e il giovane ricco possono essere esempi. Il terreno buono rappresenta Maria, Giuseppe, gli apostoli e tutti coloro che accolgono la Parola e portano frutto.

(e) Insegnamenti per la vita

Primo, riflettiamo sulla nostra risposta alla Parola di Dio.

Conosciamo la storia della conversione di sant’Antonio il Grande. Questa storia influenzò anche la conversione di sant’Agostino. Quando Antonio udì in chiesa le parole: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e seguimi», sentì che quella Parola era rivolta direttamente a lui. Rispose subito. Altri, nella stessa chiesa, ascoltarono la stessa Parola, ma non risposero.

L’ascolto della Parola di Dio diventa completo solo nella nostra risposta. Se ascoltiamo una parola sul perdono, dobbiamo perdonare. Se ascoltiamo una parola sull’amore, dobbiamo amare.

La Parola di Dio viene a noi attraverso la Bibbia, attraverso la coscienza e attraverso la guida degli altri. Qual è la nostra risposta? Che cosa impedisce la nostra risposta? Perché la rimandiamo?

Secondo, riflettiamo sulle nostre parole, sul nostro tempo, sui nostri talenti e sulla nostra vita.

Come il seminatore, ogni giorno seminiamo le nostre parole, il nostro tempo, i nostri talenti e la nostra vita. Se li seminiamo sulla strada, sul terreno sassoso o tra i rovi, non possono portare frutto. Ogni momento deve essere vissuto in modo da diventare fecondo. In tutto ciò che facciamo, dobbiamo mirare al frutto del cento per uno.

Terzo, riflettiamo sulla vita con la natura.

Pioggia, neve, pascolo, terra, creazione, seme, strada, roccia e rovi riempiono le letture di oggi. Dobbiamo ricollegarci al ritmo della natura. Quando ricordiamo che siamo parte della creazione, comincia a cambiare anche la nostra abitudine di guardare la natura solo come un oggetto da usare.

Dio conceda che, come la sua Parola, anche le nostre parole portino frutto.

Don Yesu Karunanidhi
Arcidiocesi di Madurai

Iniziativa Yesni Prays

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