Lectio Quotidiana
Dom, 14 giugno 2026
XI Domenica del Tempo Ordinario
Es 19,2-6; Sal 100; Rm 5,6-11; Mt 9,36–10,8
Come pecore senza pastore!
Nel romanzo Alice nel Paese delle Meraviglie c’è un episodio significativo. La giovane Alice si trova a un incrocio. Un gatto la vede e le chiede: «Alice, dove vuoi andare?». Alice risponde: «Non lo so». Il gatto le dice: «Se non sai dove vuoi andare, puoi prendere qualsiasi strada», e poi se ne va.
Questo episodio descrive bene la condizione della vita umana. Molte volte anche noi ci troviamo all’incrocio della vita senza sapere quale direzione prendere. Sappiamo che dobbiamo andare avanti, ma non sappiamo verso dove. Continuiamo a camminare senza una meta chiara. E ci rattrista il fatto che non ci sia nessuno a indicarci la strada.
Anche nella Bibbia troviamo un episodio simile. Agar, la schiava che fugge dalla casa di Abramo e Sara, incontra l’angelo del Signore. L’angelo le domanda: «Da dove vieni e dove vai?». Agar risponde: «Fuggo dalla mia padrona Sarai». Agar conosce la risposta alla prima domanda, ma non sa rispondere alla seconda. Conosciamo il nostro passato, ma non conosciamo il nostro futuro. Fuggiamo dalle situazioni difficili della vita. Ma verso dove stiamo correndo?
Restiamo con le nostre ferite, senza conoscere la direzione. Rimaniamo svegli sotto il peso delle nostre preoccupazioni, senza conoscere la meta.
(1) Pecore senza pastore: un’immagine della condizione umana
Nel Vangelo di oggi, Gesù incontra una folla in questa situazione. «Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore». Le pecore senza pastore sono confuse, impaurite, affamate e senza direzione. Sono vulnerabili e possono facilmente cadere nelle mani dei nemici.
Nella vita familiare ci sentiamo come pecore senza pastore quando ci sono incomprensioni, perdite, morte, separazioni, dipendenze, violenza o distanza tra i membri della famiglia. Quando siamo malati, quando proviamo dolore o affrontiamo la debolezza della vecchiaia, ci sentiamo come pecore senza pastore.
Nella società ci sentiamo come pecore senza pastore a causa dell’instabilità politica, delle difficoltà economiche, della guerra, della disoccupazione, dell’ingiustizia, della migrazione e delle calamità naturali. Matteo scrive che le persone erano «stanche e sfinite». Essere agitati e stanchi è diventato parte della nostra esperienza umana.
(2) La prima lettura: la compassione di Dio e l’alleanza
Nella prima lettura di oggi, il popolo d’Israele si accampa vicino al monte Sinai. Il Sinai è il punto di collegamento tra l’Egitto e la Terra Promessa. Mosè era partito da questo luogo. Ora vi ritorna. Per Mosè e per il popolo, questo diventa un’esperienza di ritorno a casa.
Qui Dio ricorda loro di averli portati «su ali d’aquila». Ha dato loro la libertà e li ha protetti. Ora stabilisce con loro un’alleanza. Tra Dio e il suo popolo nasce una relazione più profonda dei legami di sangue e dei legami familiari.
Il popolo, che prima si considerava soltanto schiavo, riceve ora una nuova identità. È la proprietà particolare di Dio, un regno di sacerdoti e una nazione santa.
(3) Il Vangelo: la compassione di Gesù
La situazione della gente tocca profondamente Gesù. Egli prova compassione per loro. La sua compassione diventa subito azione. Chiama dei pastori e manda i suoi discepoli in mezzo al popolo.
La risposta di Gesù è immediata. Sapendo di non poter andare personalmente in ogni luogo, chiama i suoi discepoli e li manda.
La compassione diventa missione. Gesù li manda dicendo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». I discepoli sono chiamati a vivere in modo semplice. Sono inviati senza dipendere dai beni, dal potere o dalle sicurezze umane.
La missione dei discepoli non dipende prima di tutto da ciò che portano nelle mani. Dipende dalla loro presenza e dalla presenza di Dio che opera attraverso di loro. Il mondo che soffre non ha sempre bisogno delle nostre soluzioni. Spesso ha bisogno prima di tutto della nostra presenza. Quando rimaniamo accanto ai feriti, li ascoltiamo, preghiamo con loro e li accompagniamo, la nostra presenza diventa segno della presenza di Dio.
(4) La seconda lettura: Dio agisce nella nostra debolezza
San Paolo scrive: «Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Qui appare chiaramente il cuore compassionevole di Dio. Dio ci ha amati, ci ha riconciliati con sé e ci ha donato la gioia.
Dio non ha aspettato che diventassimo forti. Cristo è venuto a noi quando eravamo ancora deboli. Dio non ha aspettato che diventassimo giusti. Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori.
Questa è una compassione senza condizioni. Gesù non domanda prima se le persone meritano il suo amore. Vede la loro sofferenza e si avvicina. Il suo amore viene prima dei loro meriti. La sua compassione viene prima della loro risposta.
Alla luce di queste tre letture, che cosa dobbiamo fare quando ci sentiamo come pecore senza pastore?
(a) Partecipazione
Dobbiamo allargare il nostro sguardo. Gli Israeliti pensavano di essere soltanto schiavi. Quando arrivano al monte Sinai, comprendono di essere il popolo di Dio. L’appartenenza al popolo scelto da Dio dona loro coraggio e speranza. Allo stesso modo, non dobbiamo guardare soltanto alla grandezza dei nostri problemi. Dobbiamo guardare anche al significato più grande della nostra vita. Non siamo persone isolate che lottano da sole. Apparteniamo a Dio. Apparteniamo a una comunità dell’alleanza. Partecipiamo alla vita, alla missione e alla speranza del popolo di Dio.
Quando ricordiamo chi siamo e a chi apparteniamo, cominciamo a trovare la direzione.
(b) Compassione
Gesù prova compassione per la gente e manda i suoi discepoli in missione. Possiamo superare molte difficoltà attraverso la compassione e la misericordia. Ma prima di mostrare compassione agli altri, dobbiamo fare esperienza della misericordia che Dio mostra a noi. Dio insegna e sostiene il suo popolo come un’aquila insegna ai suoi piccoli a volare. L’aquila porta i piccoli sulle sue ali, ma li aiuta anche a usare le proprie ali. Allo stesso modo, Dio ci porta, ci fortifica e ci insegna ad andare avanti. Dopo aver fatto esperienza di questa compassione, siamo chiamati a sostenerci gli uni gli altri. La compassione non significa soltanto provare dispiacere per un’altra persona. Significa permettere alla sofferenza dell’altro di entrare nel nostro cuore e di spingerci all’azione.
(c) Missione
I discepoli che vanno verso Gesù vengono poi mandati verso la gente. Questo duplice movimento è necessario nella vita del discepolo. Dobbiamo andare verso Dio e, nello stesso tempo, andare gli uni verso gli altri. Andiamo da Gesù nella preghiera e Gesù ci rimanda nel mondo per la missione. Riceviamo la sua compassione e diventiamo strumenti di compassione. Quando andiamo verso gli altri, diventiamo pastori che li guidano. Forse non abbiamo ricchezze, influenza o risposte immediate. Ma possiamo offrire la nostra presenza. Attraverso la nostra presenza possiamo rendere visibile la presenza di Dio.
Quando dentro di noi nasce la sensazione di essere come pecore senza pastore, rivolgiamo il nostro cuore al Signore, perché «egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo».
Don Yesu Karunanidhi
Arcidiocesi di Madurai
Iniziativa di Yesni Prays

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