Lectio Quotidiana
Mar, 19 maggio 2026
Settima Settimana di Pasqua
At 20,17-27; Gv 17,1-11
Essere nel mondo
Nel Vangelo di oggi, Gesù prega il Padre e dice: “Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo.” Queste parole si trovano alla fine del discorso di addio di Gesù. Gesù sa che è arrivata la sua ora. La sua missione terrena sta arrivando al suo compimento. Egli ritorna al Padre. Il suo tempo e il suo luogo in questo mondo, nella forma visibile del suo ministero, stanno per finire.
Ma i discepoli rimangono nel mondo. Il loro tempo continua. La loro missione continua. Il loro posto rimane tra le persone, le famiglie, le comunità, le lotte, le speranze e le ferite. Gesù non li porta via dal mondo. Li affida al Padre mentre rimangono nel mondo.
Qui la parola “mondo” può essere capita come lo spazio e il tempo in cui viviamo. Il mondo non è semplicemente qualcosa di cattivo da rifiutare. A volte la spiritualità cristiana ha parlato troppo del rifiuto del mondo o del disprezzo del mondo. Ma il mondo è anche creazione di Dio. È il luogo dove gli esseri umani vivono, entrano in relazione, amano, lavorano, soffrono, crescono e portano frutto. Quando Dio ha creato l’essere umano, lo ha posto nel mondo, con un corpo, con la terra sotto i piedi e con relazioni attorno a lui. Possiamo portare frutto solo quando siamo radicati in un luogo.
Perciò la vita cristiana non è una fuga dal mondo. È una presenza fedele nel mondo. Gesù va al Padre, ma i discepoli rimangono qui come suoi testimoni. Devono vivere nel mondo senza appartenere allo spirito del mondo. Devono stare con i piedi sulla terra, ma con il cuore aperto al cielo.
La prima lettura ci mostra bene tutto questo nella vita di san Paolo. Paolo saluta gli anziani di Efeso. Efeso era stato il suo mondo per un certo tempo. Là ha predicato, lavorato, pregato, sofferto, servito e costruito la comunità. Ora, prima di partire, dice: “Ho servito il Signore con tutta umiltà e tra le lacrime.” Non parla di successo, potere o comodità. Parla di umiltà, lacrime, servizio e fedeltà.
Paolo dice anche: “Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù.” Queste parole rivelano il cuore di un apostolo. La vita di Paolo non è centrata su se stesso. È centrata sulla missione che gli è stata affidata. Il suo desiderio è terminare la corsa e testimoniare il Vangelo della grazia di Dio.
Paolo non è fuggito dal suo mondo. Lo ha trasformato con la sua presenza. Ha reso bello il luogo dove viveva con i valori del Regno: umiltà, coraggio, servizio, verità e amore. Efeso è diventata terra santa perché Paolo vi ha vissuto come servo di Cristo.
Questa è anche la nostra chiamata. Il nostro mondo non è qualcosa di lontano. La nostra famiglia è il nostro mondo. Il nostro lavoro è il nostro mondo. Il nostro studio è il nostro mondo. I nostri amici sono il nostro mondo. Il nostro paese, la nostra parrocchia, la nostra comunità e i nostri doveri quotidiani sono il nostro mondo. È lì che siamo radicati. È lì che cresciamo. È lì che dobbiamo portare frutto.
Il mondo attorno a noi può essere spesso segnato dal guadagno, dal piacere, dalla competizione e dall’interesse personale. Ma noi non siamo senza forza. Possiamo rendere il nostro piccolo mondo più pacifico, più gioioso, più compassionevole e più umano. Forse non possiamo cambiare tutto il mondo in una volta. Ma possiamo cambiare l’atmosfera attorno a noi. Una parola gentile, una risposta paziente, un dovere compiuto con fedeltà, un cuore che perdona e una presenza gioiosa possono trasformare in silenzio ciò che ci circonda.
Papa Francesco, in Gaudete et Exsultate, ci ricorda che la santità si vive nel mondo di oggi attraverso la perseveranza, la pazienza, la mitezza, la gioia, il senso dell’umorismo, il coraggio, la vita comunitaria, la vita familiare e la preghiera. La santità non è solo per i monasteri o per i santuari. Si vive nelle cucine, nelle scuole, negli uffici, nelle strade, nelle parrocchie, negli ospedali e nelle case. Si vive dove siamo.
Ritorna anche a noi il messaggio dell’Ascensione: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” Gli angeli invitano i discepoli a non rimanere fermi, guardando il cielo. Devono tornare nel mondo. Devono iniziare la missione. Gli occhi alzati al cielo devono diventare piedi ben piantati sulla terra.
Oggi il Signore ci dice: rimanete nel mondo, ma rimanete con Dio. Accogliete il vostro piccolo mondo. Amatelo. Servitelo. Benedicitelo. Trasformatelo. Fate che la vostra presenza lo renda un poco più pacifico, un poco più gioioso, un poco più santo.
Gesù va al Padre. Ma noi rimaniamo nel mondo. E questo mondo, con tutti i suoi limiti e le sue ferite, è il luogo dove dobbiamo diventare testimoni del suo amore.
Don Yesu Karunanidhi
Arcidiocesi di Madurai
Iniziativa di “Yesni Prays”

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