Lectio Quotidiana. Dom, 18 ottobre 2026. La sovranità di Dio

Lectio Quotidiana

Dom, 18 ottobre 2026

XXIX Domenica del Tempo Ordinario

Giornata Missionaria Mondiale

Is 45,1.4-6; 1 Ts 1,1-5a; Mt 22,15-21

La sovranità di Dio

Oggi è la XXIX Domenica del Tempo Ordinario. Celebriamo questa giornata come Giornata Missionaria Mondiale. Essa ci ricorda che, come cristiani, siamo tutti uniti come una sola famiglia e siamo chiamati a testimoniare la nostra fede cristiana nel mondo. Il messaggio dato da Papa Leone XIV per la celebrazione del centenario è: «Uno in Cristo, uniti nella missione».

La prima lettura di oggi (cf. Is 45,1.4-6) è tratta dalla parte conosciuta come Secondo Isaia. È un testo che offre consolazione e speranza al popolo d’Israele che vive nella schiavitù babilonese (Is 44,24–45,8). La prigionia e l’esilio d’Israele a Babilonia terminano attraverso Ciro, re di Persia. Nel 539 a.C., Ciro conquista Babilonia ed emana un decreto che permette ai deportati di ritornare nelle proprie terre (cf. 2 Cr 36,22-23). Per Isaia, è Dio stesso che agisce attraverso il re Ciro. Oppure possiamo dire che il Dio che aveva permesso che Israele fosse ferito attraverso il re Nabucodonosor ora guarisce quella ferita attraverso il re Ciro. Perciò, anche se Nabucodonosor aveva ridotto il popolo in schiavitù, il suo potere era limitato, perché Dio fece sorgere Ciro contro di lui. Isaia chiama Ciro «l’unto del Signore». L’espressione «unto» veniva normalmente usata soltanto per i re d’Israele. Ma poiché Ciro libera Israele dalla schiavitù, diventa il servo che Dio chiama per nome «a causa di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto».

Eppure Ciro stesso non conosce tutto questo. Per questo il Signore dice: «Anche se tu non mi conosci, io ti chiamo per nome» e «Anche se tu non mi conosci, io ti rendo forte». Questo ci insegna due cose: primo, Dio solo è veramente il Signore della storia; secondo, Dio può servirsi di noi e operare attraverso di noi anche quando noi stessi non ne siamo pienamente consapevoli.

Questa lettura contiene quindi tre verità: la grazia di Dio supera ogni confine. Dio tiene la storia nelle sue mani. Dio è onnipotente.

La seconda lettura di oggi (cf. 1 Ts 1,1-5) è il saluto e l’introduzione della Prima Lettera di Paolo ai Tessalonicesi. Questa lettera, generalmente considerata il primo scritto del Nuovo Testamento, fu composta intorno all’anno 51 d.C. da Corinto. La Chiesa di Tessalonica era una comunità della Macedonia. La struttura di questa lettera si ritrova poi in molte altre lettere di Paolo. Paolo rende grazie a Dio per la vita e l’attività della Chiesa di Tessalonica. Le sue parole, «Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi», mostrano che egli riconosce che è stato Dio a riunire quella comunità. Paolo loda anche i loro valori e le loro virtù: «l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo». Paolo riconosce quindi che non è lui la causa della vita e della crescita della Chiesa di Tessalonica. Dio e gli stessi fedeli partecipano alla sua crescita.

Anche qui troviamo tre insegnamenti: la fede deve diventare visibile nelle opere. Ogni nostro lavoro deve essere mosso dall’amore. La perseveranza deve mantenere viva la nostra speranza.

Il contesto del Vangelo di oggi (cf. Mt 22,15-21) è Gerusalemme. Dopo essere entrato trionfalmente nella città, Gesù purifica il Tempio. Questo gesto provoca l’ira dei suoi avversari. Poi, attraverso le parabole dei due figli, dei vignaioli omicidi e del banchetto di nozze, Gesù mostra che il popolo eletto d’Israele non ha risposto in modo adeguato all’invito del Regno. Questo aumenta ancora di più la rabbia dei suoi avversari. Essi cercano quindi un modo per agire contro di Lui e coglierlo in fallo nelle sue parole.

I farisei si uniscono ad alcuni erodiani e gli pongono una domanda per metterlo alla prova: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». È una domanda pericolosa. Se Gesù risponde «Sì», possono mettere il popolo contro di Lui dicendo che non è il re venuto a liberare Israele e che accetta la loro schiavitù. Se risponde «No», possono accusarlo davanti a Roma di opporsi all’Impero romano e ai suoi governanti.

Gesù comprende la loro cattiva intenzione e li chiama «ipocriti». Poi chiede di mostrargli la moneta usata per pagare il tributo. Gli danno una moneta. Su di essa c’erano l’immagine e l’iscrizione di Tiberio, figlio del divino Augusto. Il popolo d’Israele viveva nella terra promessa da Dio. Eppure portava nelle mani e nelle tasche una moneta romana con un’iscrizione che attribuiva un carattere divino ad Augusto. Ogni giorno pregavano: «Il Signore nostro Dio è l’unico Signore» (cf. Dt 6,4), eppure portavano una moneta che dava un onore divino a un altro sovrano. Gesù vuole far riconoscere loro questa contraddizione. Per questo li chiama ipocriti e dice: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Con queste parole, Gesù accetta la realtà politica del dominio romano e il pagamento delle tasse. Nello stesso tempo, dichiara con fermezza che ciò che appartiene a Cesare è limitato. La moneta può appartenere a Cesare. Ma ci sono realtà che appartengono soltanto a Dio. «Date a Dio ciò che è di Dio» significa: date a Dio la vostra vita, le vostre buone opere, le vostre virtù, la vostra forza, il vostro amore, le vostre energie e tutto ciò che siete. Gesù insegna quindi che esistono realtà molto più grandi di ciò che appartiene a Cesare. Cesare non è mai Dio. Ogni autorità umana rimane sotto l’autorità di Dio. Cesare può controllare la situazione economica e politica della Palestina o di Gerusalemme. Ma non può controllare il significato ultimo della vita umana né il destino della persona. L’autorità umana è sempre sottoposta all’autorità divina.

Gesù ricorda ai suoi contemporanei i limiti di Cesare e li invita a rimanere aperti all’azione di Dio, che è più grande di Cesare. Il Signore è sempre Dio. Cesare non lo è.

Ciro, Cesare e ogni altro governante stanno sotto la sovranità del Signore. Come proclama il Salmo responsoriale di oggi (cf. Sal 96): «Date al Signore gloria e potenza».

Qui Gesù realizza non soltanto una rivoluzione spirituale, ma anche una rivoluzione politica. In sostanza dice: «Ciò che appartiene a Cesare può essere dato a Cesare. Ma ciò che appartiene a Dio deve essere dato completamente a Dio». La terra e il popolo appartengono in definitiva a Dio. I contemporanei di Gesù avevano dimenticato di essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio, mentre stavano lì con in mano una moneta che portava l’immagine di Cesare.

Quali insegnamenti ci offre oggi la Liturgia della Parola?

(a) Quale immagine portiamo dentro di noi? Portiamo l’immagine e la somiglianza di Dio? Oppure lasciamo che il nostro lavoro, la professione, la nazionalità, la posizione sociale, il denaro o la fama diventino la nostra identità?

(b) Dare a ciascuno ciò che gli appartiene. Dobbiamo dare a Dio ciò che appartiene a Dio, allo Stato ciò che appartiene allo Stato, alla famiglia ciò che appartiene alla famiglia, agli amici ciò che appartiene agli amici e al lavoro ciò che appartiene al lavoro. I farisei e gli erodiani che chiedevano se fosse lecito pagare il tributo a Cesare avevano dimenticato un altro aspetto della vita. Gesù ricorda loro che dobbiamo discernere ciò che appartiene a Cesare e ciò che appartiene a Dio. Dobbiamo dare il giusto tempo e le giuste energie sia alle nostre responsabilità nel mondo sia alla nostra relazione con Dio. Non dobbiamo limitare la nostra vita soltanto a noi stessi e alla nostra famiglia. Siamo chiamati anche a partecipare alla vita della società, della parrocchia e della diocesi. Dobbiamo aprirci alla responsabilità sociale, alla promozione dei poveri e alla cura del creato. Riceviamo molto dalla società, dal mondo e da Dio. Dobbiamo imparare anche a restituire qualcosa.

(c) Dio opera attraverso tutti. Nabucodonosor condusse il popolo d’Israele in schiavitù a Babilonia. Eppure questo avvenne soltanto perché il Signore lo permise. Ciro, re di Persia, conquistò Babilonia e rimandò il popolo nella propria terra. Anche attraverso di lui operava il Signore. Perciò: «È Lui che compie tutto questo. Egli è il Signore e non ce n’è un altro». Ogni autorità di questo mondo è limitata. Nessuno governa dappertutto e per sempre. Ogni autorità umana prima o poi finisce. Perciò, se oggi abbiamo un’autorità, esercitiamola con umiltà. Se siamo sotto un’autorità, viviamo con pazienza.

(d) Azione – lavoro – perseveranza. La nostra fede cristiana non deve rimanere soltanto una fede fatta di idee. Deve diventare visibile attraverso opere d’amore. Il nostro lavoro deve essere costruito sull’amore. La nostra speranza in Gesù deve donarci perseveranza. Attraverso l’azione, il lavoro e la perseveranza possiamo sviluppare una giusta autorità sulla nostra stessa vita. Anche se ci sono governanti che ci amministrano, io devo prima di tutto imparare a governare me stesso. Devo mantenere la mia vita sotto disciplina. Devo assumermi la responsabilità delle mie parole e delle mie azioni. Esaminiamo tutto ciò che facciamo. Stiamo dando alle nostre azioni l’impegno necessario? Quando i nostri sforzi sembrano inutili, abbiamo la maturità di continuare con perseveranza?

Il salmista dice: «Date al Signore gloria e potenza» (cf. Sal 96).

In questa Giornata Missionaria Mondiale, è bene per noi sperimentare e proclamare la sovranità di Dio.

Don Yesu Karunanidhi
Arcidiocesi di Madurai

Iniziativa Yesni Prays

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