Lectio Quotidiana. Mer, 22 aprile 2026. La Chiesa soffre, la città gioisce

Lectio Quotidiana
Mer, 22 aprile 2026
Terza Settimana di Pasqua
At 8,1–8. Gv 6,35–40

La Chiesa soffre, la città gioisce

La prima lettura di oggi inizia con una frase forte e dolorosa: “In quel giorno scoppiò una grande persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme.” È un momento di rottura. La Chiesa è ferita. I credenti sono dispersi. Le case vengono lasciate. I responsabili sono imprigionati. La fede diventa costosa. Quella che era una comunità di gioia entra in un tempo di sofferenza.

E tuttavia, la Chiesa non scompare.

Accade qualcosa di inatteso. Coloro che sono dispersi non restano in silenzio. Portano il Vangelo ovunque vanno. Quello che sembra una sconfitta diventa un nuovo inizio. Quello che sembra dispersione diventa missione. I primi cristiani non vedono la dispersione come una perdita, ma come un’opportunità. Non dicono: “Abbiamo perso tutto.” Vivono piuttosto come per dire: “Ora il Vangelo può arrivare ovunque.”

Questa è la forza silenziosa della Chiesa delle origini: la sua capacità di resistere, di loro resilienza. Non una resistenza fatta di rabbia, ma una fede che trasforma la sofferenza in testimonianza. Sopportano, camminano, annunciano. La loro forza nasce dallo sguardo. Non si fermano al dolore del presente, ma guardano alla promessa di Dio. Portano dentro di sé la gioia di domani anche nel dolore di oggi.

Questo invita anche noi a guardare alla nostra vita. Anche noi viviamo momenti di incomprensione, rifiuto e sofferenza silenziosa—per la fede, per le nostre convinzioni, o semplicemente per aver scelto ciò che è giusto. Non tutte le sofferenze sono visibili. Alcune sono nascoste, come un fiore che sboccia in un campo senza essere visto. Eppure l’invito è lo stesso: vivere pienamente, con fedeltà e frutto, in ogni situazione.

Spesso non è la sofferenza che ci blocca, ma il modo in cui reagiamo—esitazione, chiusura, reazione. Queste ci rinchiudono. La fede invece ci apre. I primi cristiani ci insegnano che anche nella difficoltà si può andare avanti, non con la forza, ma con la fedeltà.

E il risultato è sorprendente. La lettura si conclude con una frase bellissima: “E vi fu grande gioia in quella città.” La Chiesa soffre—ma la città gioisce. Il ministero di Filippo porta guarigione, libertà e speranza. Il dolore della Chiesa diventa la gioia del mondo.

Questo è un grande paradosso. La sofferenza dei credenti non è sterile; diventa feconda. Le prove non finiscono in se stesse; diventano vie di grazia per gli altri. Anche oggi è così. Una vita vissuta con fede, perseveranza e generosità può diventare fonte di gioia per molti. Possiamo portare ferite, ma attraverso queste ferite altri possono ricevere guarigione.

Nel Vangelo, Gesù rivela il fondamento di questo modo di vivere. Dice: “Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.” Qui sta il segreto. La vita di Gesù non è guidata dai propri desideri, ma dalla missione. Il suo cammino non è sempre facile, ma è sempre fedele.

Dentro di noi c’è spesso una tensione—tra ciò che vogliamo e ciò che Dio desidera. I nostri progetti cercano la comodità; la volontà di Dio ci conduce spesso attraverso la croce verso la vita. I primi cristiani non hanno scelto la loro volontà, ma quella di Dio. E così sono diventati strumenti di qualcosa di più grande.

Discernere la volontà di Dio e rimanere in essa: questo è il nostro cammino. Non sempre chiaro, non sempre facile, ma sempre pieno di senso.

Oggi la Parola di Dio ci lascia un invito semplice ma esigente: anche se soffriamo, possiamo diventare fonte di gioia per gli altri? Anche se siamo dispersi, possiamo portare il Vangelo? Anche se il cammino è incerto, possiamo fidarci di Colui che ci manda?

La Chiesa può soffrire—ma proprio attraverso questa sofferenza, il mondo può gioire. Ed è questa la nostra chiamata.

Don Yesu Karunanidhi
Arcidiocesi di Madurai

Un’iniziativa Yesni Prays

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