Lectio Quotidiana
Ven, 3 aprile 2026
Venerdì Santo della Passione del Signore
Is 52,13–53,12; Eb 4,14–16; 5,7–9; Gv 18,1–19,42
Non mi parli?
1. Il silenzio che inquieta
«Non vuoi parlarmi?»—questa è la domanda che Pilato rivolge a Gesù. È anche la domanda che oggi nasce nei nostri cuori. Ci sono momenti nella vita in cui sentiamo che Dio è silenzioso, distante, e non risponde. Preghiamo, attendiamo, eppure sembra non arrivare alcuna risposta. Il Venerdì Santo intensifica questa esperienza. La liturgia stessa diventa silenziosa—niente Preghiera eucaristica, niente campane, nessun canto di gioia. È come se anche il cielo fosse immobile. Ma la domanda più profonda rimane: Dio è davvero silenzioso, oppure siamo noi a non aver ancora imparato ad ascoltarlo?
2. Molte voci, un solo silenzio
Nel racconto della Passione secondo Giovanni ascoltiamo molte voci. C’è la voce del tradimento in Giuda, la voce del rinnegamento in Pietro, la voce della folla che grida «Crocifiggilo!», e la voce del potere in Pilato. In mezzo a tutte queste voci, c’è anche la voce di Gesù—ma ciò che colpisce di più è il suo silenzio. Questo silenzio non è debolezza, né sconfitta. È il silenzio del compimento. Come il servo sofferente descritto nel Book of Isaiah, che «non aprì la sua bocca», Gesù sta in un silenzio pieno, consapevole e redentivo. Non è vuoto; è significato che attende di essere accolto.
3. Le sette parole che ci interrogano
Oggi riflettiamo su sette parole della Passione—non le tradizionali sette parole della croce, ma sette affermazioni e domande che rivelano la nostra vita davanti a Dio.
«Chi cercate?» Gesù lo chiede anche a coloro che vengono ad arrestarlo. Questa domanda risuona nella nostra vita. Che cosa cerchiamo davvero? Spesso la nostra ricerca è dispersa—successo, sicurezza, riconoscimento. Ma se la nostra ricerca non è chiara, la nostra vita perde direzione. Gesù ci invita a purificare la nostra ricerca e a cercare Lui sopra ogni cosa.
«Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male.» Colpito, Gesù non reagisce con violenza, ma con la verità. Difende la sua dignità senza aggressività. Questo ci interpella oggi: come trattiamo chi è più debole di noi? Usiamo il nostro potere—con parole o silenzi—per ferire, oppure stiamo dalla parte della giustizia con chiarezza e rispetto?
«Lo dici da te stesso?» Gesù chiede a Pilato se la sua domanda nasce da lui o dagli altri. Questo ci porta a una domanda più profonda: chi è Gesù per me? È solo qualcuno di cui ho sentito parlare, o qualcuno che ho incontrato personalmente? La fede non può essere presa in prestito; deve essere vissuta.
«Per questo io sono nato… per rendere testimonianza alla verità.» Gesù parla della verità davanti a chi rappresenta il potere. La risposta di Pilato—«Che cos’è la verità?»—rivela confusione e relativismo. Oggi dobbiamo chiederci: viviamo nella verità o la compromettiamo per convenienza? Nel Vangelo di Giovanni, la verità non è un’idea astratta; è una persona—Gesù stesso.
«Tu non avresti alcun potere su di me se non ti fosse dato dall’alto.» Gesù ricorda a Pilato che ogni autorità è ricevuta, non assoluta. Questo mette in discussione la nostra idea di potere. Esercitiamo l’autorità con umiltà e responsabilità? O ne abusiamo, dimenticandone l’origine e i limiti?
«Gesù il Nazareno, il re dei Giudei.» L’iscrizione sulla croce rivela un’identità: origine, nome, popolo, missione. Ci invita a riflettere sulla nostra vita. Che cosa ci definisce? Quali sono le nostre radici? Qual è la nostra missione? Che cosa è scritto su di noi?
«Ciò che ho scritto, ho scritto.» Pilato parla con decisione, ma le sue parole rimandano oltre lui. C’è una scrittura più profonda in atto—il compiersi della volontà di Dio. La Passione non è un evento casuale; è compimento. Il disegno di Dio si realizza in modo silenzioso e deciso.
4. Il silenzio che parla
Alla fine della Passione, Gesù dice: «È compiuto», e poi entra nel silenzio. Questo silenzio non è sconfitta, ma compimento. Come il sommo sacerdote che offre il sacrificio e si ritira nel silenzio, Gesù ha portato a termine la sua missione. Il suo silenzio ora parla più forte delle parole. È il silenzio dell’amore portato a compimento, dell’obbedienza realizzata, della redenzione offerta.
5. La nostra domanda oggi
Davanti alla Croce, ripetiamo la domanda di Pilato in modo nuovo: «Signore, non vuoi parlarmi?» Eppure, se ascoltiamo in profondità, scopriamo che Egli parla—attraverso le sue ferite, attraverso il suo abbandono, attraverso il suo silenzio. La sua voce non è assente; è trasformata.
6. Invito finale
Oggi siamo invitati non a fuggire il silenzio, ma ad entrarvi. A rimanere davanti alla Croce, ad ascoltare senza distrazioni, a lasciare che il suo silenzio ci interroghi e ci trasformi. In questo silenzio, Cristo corregge la nostra ricerca, purifica la nostra comprensione della verità, restituisce la nostra dignità e rivela la nostra identità.
La Croce non è il silenzio di Dio. È la parola più forte del suo amore.
Don Yesu Karunanidhi
Arcidiocesi di Madurai
Missionario della Misericordia

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