Lectio Quotidiana. Sab, 28 marzo 2026. Un uomo solo

Lectio Quotidiana

Sab, 28 marzo 2026

Quinta settimana di Quaresima – sabato

Ez 37,21–28. Gv 11,45–57

Un uomo solo

1. La logica pericolosa del sacrificio

Mentre ci avviciniamo alla Settimana Santa, il tono del Vangelo cambia. Le discussioni finiscono e l’opposizione diventa una decisione. I capi non discutono più su Gesù: decidono di eliminarlo. Al centro del Vangelo di oggi c’è una frase forte detta da Caifa: «È meglio che un solo uomo muoia per il popolo e non vada in rovina la nazione intera».

“Un uomo solo.” All’inizio sembra una cosa pratica, anche ragionevole. È una specie di sapienza umana: se per salvare molti bisogna sacrificare uno, allora si elimina quell’uno. È la logica dell’efficienza, del controllo e spesso della paura. Ma l’evangelista ci dice qualcosa di più profondo: Caifa dice più di quello che capisce. Le sue parole diventano una profezia, che indica un mistero molto più grande.

Questa idea attraversa la storia e anche la nostra vita: perdere qualcosa di piccolo per salvare qualcosa di più grande. Lo vediamo nella società, quando i deboli sono dimenticati; nelle istituzioni, quando le persone sono usate per il sistema; nelle famiglie, quando qualcuno soffre in silenzio per mantenere la pace. C’è una certa verità in questo. Anche nella medicina, a volte si toglie una parte per salvare tutto il corpo. Ma quando questa logica diventa assoluta, diventa ingiustizia. Quando “uno” diventa sacrificabile, la dignità si perde. Quando la sofferenza di uno è giustificata senza amore, la verità si deforma.

2. Gesù: non una vittima, ma un dono

Ma Gesù non è semplicemente “un uomo solo” scelto dagli altri per morire. È Lui che sceglie. Qui c’è una grande differenza. Il mondo dice: «Sacrificatelo». Gesù dice: «Offro me stesso».

Non è una vittima impotente. È il Buon Pastore che dà la vita per le sue pecore. Quello che Caifa dice per paura, Gesù lo vive per amore. Questo cambia tutto. Perché il sacrificio imposto è violenza, ma il sacrificio offerto liberamente è amore.

Gesù trasforma il significato della sofferenza. Prende la logica dura del mondo e la riempie di libertà divina. Non è un capro espiatorio: è il Salvatore. La sua morte non è una vittoria dell’ingiustizia, ma la rivelazione dell’amore.

3. Dio sta con i dispersi

Nella prima lettura di Ezechiele ascoltiamo un’altra voce, la voce di Dio: «Li radunerò… farò di loro un solo popolo… sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo».

Dio non sacrifica i deboli per salvare i forti. Egli raduna i dispersi, guarisce i feriti e ricostruisce l’unità non eliminando, ma accogliendo. Questo è il cuore di Dio. Dove il mondo divide, Dio unisce. Dove il mondo esclude, Dio raduna. Dove il mondo sacrifica, Dio salva.

4. Dove stiamo noi?

La Parola di oggi ci mette davanti a due domande. Prima: forse anche noi siamo “quell’uno”, quello frainteso, dimenticato o che porta un peso per gli altri. Se è così, ricordiamo: non siamo abbandonati. Dio vede, raduna e salva.

Ma c’è una domanda più profonda: abbiamo mai fatto diventare qualcuno “quell’uno”? Abbiamo ignorato la dignità di qualcuno per comodità? Abbiamo lasciato soffrire qualcuno per stare meglio? Abbiamo giustificato piccole ingiustizie per un “bene più grande”? Qui inizia la vera conversione.

5. Da capro espiatorio a pastore

C’è un ultimo passaggio. Quando siamo trattati come sacrificabili, possiamo diventare amari e sentirci vittime. Ma il Vangelo ci invita più in alto. Gesù non rimane “l’uomo sacrificato”: diventa il Pastore.

Il Pastore non è una vittima. Dona se stesso liberamente, con amore e consapevolezza. Questa è anche la nostra chiamata. In un mondo che dice: «Salva te stesso», il cristiano dice: «Dono me stesso». Non per forza, ma per amore; non per sconfitta, ma per dignità.

Conclusione

“Un uomo solo.” Per il mondo era una soluzione. Per Dio è diventata salvezza.

Mentre ci avviciniamo alla Settimana Santa, contempliamo Cristo: non come uno eliminato, ma come uno che ama fino alla fine. Chiediamo la grazia di non considerare mai nessuno come sacrificabile, di non giustificare l’ingiustizia, e di diventare, come Lui, non vittime delle situazioni, ma pastori di amore.

Don Yesu Karunanidhi

Arcidiocesi di Madurai

Missionario della Misericordia

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