Lectio Quotidiana. Ven, 27 Marzo 2026. Crisi e Consolazione

Lectio Quotidiana

Ven, 27 Marzo 2026

Quinta Settimana di Quaresima, Venerdì

Ger 20,10–13. Gv 10,31–42

Crisi e Consolazione

La crisi non è un’eccezione nella vita umana—ne fa parte. In momenti diversi, tutti passiamo per sentieri stretti, strade scivolose e valli oscure. I Salmi ci offrono queste immagini forti: «Ho camminato in una via stretta, ma il Signore ha allargato il mio cammino… Ho camminato su terreno scivoloso, ma tu hai reso saldi i miei passi… Anche se cammino nella valle dell’ombra della morte, tu sei con me».

Queste non sono esagerazioni poetiche. Sono il linguaggio dell’esperienza umana reale. E al cuore di queste esperienze c’è una verità silenziosa ma salda: dove c’è crisi, c’è anche la presenza di Dio.

Le letture di oggi ci presentano due figure che vivono la crisi—Geremia e Gesù. Attraverso di loro, siamo invitati a scoprire non solo la realtà della crisi, ma anche la realtà più profonda della consolazione divina.

Nella prima lettura, Geremia è sopraffatto. Si sente tradito—perfino da Dio. Grida: «Signore, mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre». La sua stessa gente si rivolta contro di lui. La sua missione sembra fallita. Sta solo, frainteso, rifiutato e stanco.

Eppure, nel mezzo di questo crollo interiore, Geremia fa una confessione sorprendente: «Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso».

Che contrasto! Dalla disperazione alla fiducia. Dalla paura alla forza.

Immaginiamo una persona indifesa, circondata da nemici—e improvvisamente un guerriero forte appare al suo fianco, pronto a difenderla. La paura scompare. Il coraggio cresce. È esattamente ciò che sperimenta Geremia. La sua situazione esterna non cambia subito—ma cambia il suo sguardo interiore. Comincia a vedere che Dio non è assente nella sua crisi; Dio è presente dentro di essa.

Questa è la chiave: chi riconosce che tutto proviene da Dio riesce a riconoscere Dio più facilmente nei momenti di crisi.

Nel Vangelo, vediamo Gesù in una situazione simile. La tensione è al culmine. La gente prende delle pietre per scagliarle contro di Lui. Le sue parole sul rapporto con il Padre sono inaccettabili per loro. È frainteso, accusato e rifiutato. E tuttavia, proprio in quel momento, Gesù dice: «Il Padre è in me e io nel Padre».

Questa non è solo un’affermazione teologica—è una testimonianza di relazione. Anche quando nessuno sta con Lui, Gesù non è solo. La sua forza nasce dalla sua profonda comunione con il Padre.

Questa è la sua consolazione nella crisi. Ed è qui che il Vangelo diventa personale per noi. Anche noi oggi affrontiamo molte forme di crisi: povertà, vecchiaia, solitudine, malattia, perdita, incertezza sul futuro. A volte la crisi è esterna; a volte è profondamente interiore—paura, insicurezza, scoraggiamento.

C’è anche un’altra crisi del nostro tempo: la crisi della fiducia. Forse la sentiamo anche noi. La fiducia nelle persone si indebolisce. Le relazioni diventano fragili. Come quella frase che a volte si sente: «La mia fiducia nelle persone sta diminuendo così tanto che, anche quando attraverso una strada a senso unico, guardo da entrambe le parti».

Quando la fiducia diminuisce, possiamo rispondere in due modi.

Primo, ancorandoci a Dio. Quando tutto diventa incerto, Dio diventa il nostro punto fermo. Non un’idea astratta, ma una presenza viva—come il «prode valoroso» accanto a Geremia, come il Padre dentro Gesù.

Secondo, riscoprendo il nostro legame reciproco. Invece di concentrarci solo sulle differenze, iniziamo a vedere la nostra fragilità condivisa. Gli altri non sono nemici; sono persone come noi—ferite, in ricerca, in lotta. La compassione diventa la nostra risposta.

Alla fine del Vangelo, ci viene detto che alcuni cominciarono a credere in Gesù. Non tutti. Solo alcuni. Questa è la realtà della vita. Fede, dubbio, fiducia parziale, sfiducia—tutto coesiste. Anche coloro che ci stanno vicino possono avere «pietre» nelle mani—giudizi, incomprensioni, parole dure.

Eppure, Gesù continua a parlare, a tendere la mano, a rimanere presente. Da dove prende questo coraggio? Da dentro. Dalla sua identità. Dalla sua unione con il Padre. Senza una fiducia interiore, nessun’altra fiducia è possibile. E per noi, questa fiducia non è arroganza—è radicata in una verità più profonda: apparteniamo a Dio. Portiamo la sua immagine. La sua vita scorre in noi.

Quando iniziamo a vivere da questa verità, qualcosa cambia. La crisi non scompare—ma non ci definisce più. La paura non svanisce—ma non ci domina più. Iniziamo a sperimentare ciò che Geremia ha vissuto e ciò che Gesù ha incarnato: nel cuore stesso della crisi, c’è una consolazione più profonda—la presenza di Dio.

Oggi, non chiediamo una vita senza crisi. Non è questa la promessa del Vangelo. Chiediamo piuttosto occhi per riconoscere Dio nella nostra crisi, un cuore ancorato in Lui, e il coraggio di vivere con fiducia, anche quando siamo circondati dall’incertezza. Perché la verità finale è questa: non siamo mai soli.

Don Yesu Karunanidhi

Arcidiocesi di Madurai

Missionario della Misericordia

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