Lectio Quotidiana. Dom, 15 marzo 2026. Siamo anche noi ciechi?

Lectio Quotidiana

Dom, 15 marzo 2026

Quarta Domenica di Quaresima (Laetare)

1 Sam 16,1.6–7.10–13. Ef 5,8–14. Gv 9,1–41

Siamo anche noi ciechi?

Alcuni anni fa, quando servivo come segretario dell’Arcivescovo di Madurai, una sera verso le nove il portinaio mi chiamò e disse: “Padre, c’è qualcuno che è venuto per vedere l’Arcivescovo.” Scesi chiedendomi chi potesse arrivare a quell’ora. L’uomo che stava aspettando era cieco. Gli chiesi con gentilezza: “Perché sei venuto così tardi nella notte?” Lui rispose semplicemente: “Devo incontrare l’Arcivescovo.” Poiché l’Arcivescovo non era in casa, gli dissi: “Per favore, venga domani mattina.” Lo accompagnai lentamente fino al cancello principale. Mentre chiudevo il cancello, gli feci ancora una domanda: “Perché ti muovi di notte così? Deve essere difficile.” Lui rispose con una frase che mi è rimasta nel cuore: “Per me il giorno e la notte sono uguali. La luce e il buio sono la stessa cosa.”

Quelle parole mi fecero fermare a riflettere.

Helen Keller una volta disse: “Il mondo dei ciechi è pieno di esperienze sorprendenti.” Ma per capire quel mondo dobbiamo entrarci dentro. Le letture di oggi ci invitano proprio a entrare in questo mondo. Tutte ruotano attorno a un unico tema: la vista e la cecità.

Ma la Parola di Dio oggi non parla soltanto della cecità fisica. Parla anche di diverse forme di cecità spirituale. In realtà, le letture di oggi ci mostrano quattro tipi di cecità.

1. La cecità degli occhi

Il Vangelo racconta di un uomo cieco dalla nascita. Gesù lo incontra, fa del fango con la saliva, lo mette sugli occhi dell’uomo e lo manda a lavarsi nella piscina di Siloe. Quando l’uomo si lava, riceve la vista. All’inizio questo è un miracolo fisico. Ma lentamente la storia diventa qualcosa di più profondo: un cammino di fede.

Notiamo come cresce, passo dopo passo, la comprensione che quest’uomo ha di Gesù. Prima lo chiama “l’uomo che si chiama Gesù.” Poi lo chiama “un profeta.” Più tardi dice che è “uno che viene da Dio.” Infine, lo riconosce e lo adora come “Signore.”

La vista fisica conduce alla vista spirituale. Nel frattempo, i farisei, che vedono con gli occhi, rifiutano di credere. Mettono in dubbio, accusano e rifiutano il miracolo. Alla fine, Gesù dice una parola sorprendente: “Io sono venuto in questo mondo perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi.” Allora i farisei fanno la domanda che diventa il centro della riflessione di oggi: “Siamo forse ciechi anche noi?”

2. La cecità del giudizio umano

La prima lettura mostra un altro tipo di cecità. Samuele va nella casa di Iesse per ungere il nuovo re d’Israele. Quando vede il primo figlio, Eliab — alto, forte, imponente — pensa subito: “Certamente questo è l’eletto del Signore.”

Ma Dio lo ferma e gli dice: “Non guardare al suo aspetto né alla sua statura… L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore.”

Samuele non era cieco fisicamente. Eppure, il suo giudizio era cieco. Come noi, anche lui era influenzato dalle apparenze: la forza, la bellezza, la statura. Ma Dio guarda più in profondità. Davide, il figlio più giovane, non è nemmeno presente all’incontro. È nei campi a pascolare le pecore. Eppure, è proprio lui che Dio sceglie. Dio vede qualcosa di invisibile: il cuore. Gli esseri umani spesso giudicano dalle apparenze: successo, posizione, bellezza, reputazione. Ma Dio guarda la fedeltà, la sincerità e la fiducia. A volte anche noi soffriamo di questa cecità. Giudichiamo le persone dai vestiti, dalla posizione sociale, dai successi o persino dai fallimenti. Ma Dio vede in modo diverso.

3. La cecità dell’oscurità e del sonno

Nella seconda lettura san Paolo parla di un altro tipo di cecità. Lo descrive usando il linguaggio della luce e delle tenebre. Dice ai cristiani di Efeso: “Un tempo eravate tenebra, ora invece siete luce nel Signore. Comportatevi come figli della luce.” Qui le tenebre indicano una vita senza chiarezza morale, una vita intrappolata nel peccato, nella confusione o nell’indifferenza. Paolo cita poi un antico inno cristiano: “Svegliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà.” Questa è la cecità del sonno spirituale. A volte ripetiamo gli stessi errori. Seguiamo abitudini che non portano da nessuna parte. Viviamo senza chiederci cosa Dio desidera da noi. Paolo invita i credenti a svegliarsi, a discernere ciò che è gradito al Signore. Vivere nella luce significa portare frutti di bontà, giustizia e verità.

4. La cecità di chi rifiuta Cristo

Infine, il Vangelo mostra la forma più grave di cecità: rifiutare di riconoscere Gesù. I farisei vedono il miracolo. Ascoltano la testimonianza. Eppure, rifiutano di credere. Il loro problema non è la mancanza di prove. Il loro problema è un cuore chiuso. Il cieco riceve la vista non solo per il miracolo, ma perché si fida di Gesù. I farisei restano ciechi perché lo rifiutano. La vista fisica non garantisce la vista spirituale. Si può vedere con gli occhi ma restare ciechi nel cuore.

La vera domanda

Per questo oggi la Parola di Dio pone a ciascuno di noi la stessa domanda che i farisei fecero a Gesù: “Siamo anche noi ciechi?” Questa domanda ci invita a esaminare il nostro modo di vedere. Come vedo me stesso? Come vedo gli altri? Come vedo Dio?

Spesso la nostra visione si distorce in tre modi. Primo: visione negativa. “Non valgo niente. Sono un peccatore. Dio non mi ama.” Secondo: visione illusoria. “Sono migliore degli altri. Sono più giusto.” Terzo: visione realistica. “Sono una persona con punti di forza e debolezze, chiamata da Dio a crescere.” Il modo in cui vediamo noi stessi determina il modo in cui vediamo gli altri e Dio.

Vedere come Dio

Le letture di oggi ci indicano tre passi verso la vera vista. Primo: vedere come vede Dio. Non giudicare solo dalle apparenze. Guardare il cuore. Secondo: camminare nella luce. Cercare ciò che è gradito al Signore. Svegliarsi dal sonno spirituale. Terzo: credere in Cristo. Riconoscerlo come Signore, come ha fatto l’uomo guarito. Quando queste tre cose accadono, nasce la vera vista.

Conclusione

Oggi noi che abbiamo la vista fisica siamo invitati a ricordare coloro che non ce l’hanno — coloro che l’hanno persa per malattia, per età o per sofferenza.

Ma il Vangelo ci ricorda che la vista fisica non è la cosa più importante. La vista più importante è la vista della fede.

Se impariamo a vedere come vede Dio, se ci alziamo dalle tenebre del peccato, se crediamo in Cristo, allora la luce di Cristo brillerà su di noi.

E potremo dire con il salmista: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me.” (Salmo 23) Altrimenti, un giorno potremmo anche noi porre la stessa domanda: “Siamo anche noi ciechi?”

Don Yesu Karunanidhi

Arcidiocesi di Madurai

Missionario della Misericordia

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