Lectio Quotidiana
Mar, 10 marzo ‘26
Terza Settimana di Quaresima – Martedì
Dan (greco) 3,25.34–43. Mt 18,21–35
Giustizia e misericordia
Una delle tensioni più profonde nella vita umana è tra giustizia e misericordia. La giustizia chiede equità, equilibrio e responsabilità. La misericordia va oltre il calcolo e apre la porta al perdono. Le letture di oggi ci invitano a riflettere su come queste due realtà si incontrano nel cuore di Dio e su come devono incontrarsi anche nella nostra vita.
Il Vangelo inizia con una domanda molto concreta di Pietro: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello? Fino a sette volte?». Nella tradizione ebraica perdonare tre volte era già considerato generoso. Pietro raddoppia questo numero e aggiunge ancora una volta, pensando forse di essere molto generoso. Ma Gesù risponde in modo sorprendente: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». In altre parole, il perdono non si può contare. Non ha limiti. Il perdono deve diventare uno stile di vita.
Per spiegare questo, Gesù racconta la parabola del servo spietato. Un re decide di regolare i conti con i suoi servi. Uno di loro gli deve un debito enorme: diecimila talenti. Per capire la grandezza del debito, ricordiamo che un talento valeva circa vent’anni di salario. Diecimila talenti è una somma immensa, impossibile da restituire. Secondo la giustizia, il servo merita una punizione. Il re ordina che lui, la sua famiglia e i suoi beni siano venduti per pagare il debito.
Ma il servo cade in ginocchio e chiede pazienza. A questo punto succede qualcosa di straordinario. Il re non rimanda soltanto il pagamento: cancella tutto il debito. Questa non è giustizia calcolata, ma misericordia che supera ogni misura. Il re dà al servo un nuovo inizio.
La storia però prende una svolta inattesa. Lo stesso servo, appena perdonato di un debito immenso, incontra un altro servo che gli deve una piccola somma: cento denari, cioè pochi mesi di salario. In confronto ai diecimila talenti è quasi nulla. Ma invece di mostrare misericordia, pretende subito il pagamento. Lo afferra e lo fa mettere in prigione.
Qui appare il cuore della parabola. Il problema non è il denaro, ma il cuore che non cambia. Il servo ha ricevuto misericordia, ma non diventa misericordioso. Ha ricevuto il perdono, ma non impara a perdonare.
Quando il re viene a sapere quello che è successo, richiama il servo e gli dice: «Non dovevi anche tu avere pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te?». Qui troviamo la logica del Regno di Dio: chi riceve misericordia è chiamato a dare misericordia. Il perdono non deve fermarsi a noi; deve passare attraverso di noi agli altri.
Anche la prima lettura esprime la stessa idea. Nella preghiera di Azaria dal libro di Daniele, il popolo riconosce i propri peccati. Sa che, secondo la giustizia, meriterebbe la punizione. Tuttavia si affida alla misericordia di Dio. Chiede al Signore di non trattarlo secondo i peccati, ma secondo la sua compassione. Questa preghiera rivela una verità profonda: la giustizia di Dio si compie nella misericordia.
Se mettiamo insieme le due letture, vediamo un contrasto chiaro.
La giustizia calcola; la misericordia dona. La giustizia chiede ciò che è dovuto; la misericordia guarda alla persona. La giustizia nasce spesso nella mente; la misericordia sgorga dal cuore.
Il Vangelo però ci ricorda anche una responsabilità. La misericordia di Dio verso di noi deve cambiare il modo in cui trattiamo gli altri. Non possiamo chiedere perdono a Dio se non siamo disposti a perdonare i nostri fratelli e sorelle. Ogni volta che preghiamo il Padre nostro, diciamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori».
Questo è particolarmente importante nel tempo di Quaresima. La Quaresima non è solo il tempo per chiedere misericordia a Dio, ma anche il tempo per dare misericordia agli altri. A volte i debiti degli altri verso di noi non sono economici ma interiori: una parola dura, un tradimento, un’incomprensione, una ferita che portiamo nel cuore. La giustizia ci dice di conservare il conto. La misericordia ci invita a lasciarlo andare.
Perdonare non significa ignorare l’ingiustizia. Significa non permettere al rancore di dominare il nostro cuore. Il perdono ci sposta dalla logica della giustizia alla libertà della misericordia.
Alla fine, la misericordia non ci rende deboli. Al contrario, rivela una forza più grande. Perdonare significa donare qualcosa di noi stessi. Può sembrare una perdita di potere, ma in realtà libera il cuore.
Oggi la Parola di Dio ci invita a esaminarci. Abbiamo ricevuto la misericordia di Dio senza lasciarci trasformare da essa? Ci sono persone i cui “piccoli debiti” continuiamo a tenere contro di loro?
Se Dio ha perdonato così tanto a noi, come possiamo rifiutare il perdono agli altri?
Don Yesu Karunanidhi
Arcidiocesi di Madurai
Missionario della Misericordia

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