Lectio Quotidiana. Dom, 8 febbraio ’26. Risplendere

Lectio Quotidiana

Dom, 8 febbraio ’26

V Domenica del Tempo Ordinario

Is 58,7-10. 1 Cor 2,1-5. Mt 5,13-16

Risplendere davanti agli altri

Un uomo cieco fu visto una notte mentre camminava con una lampada accesa. Qualcuno gli chiese con ironia: «Sei cieco. Perché porti una lampada?» Egli rispose con calma: «Questa lampada non serve a me per vedere la strada, ma perché gli altri mi vedano e non mi vengano addosso». Non traeva beneficio dalla luce, eppure quella luce proteggeva lui e gli altri. È di questa luce che Gesù parla oggi: una luce non per mettersi in mostra, ma per il bene degli altri.

Viviamo in un tempo pieno di luci. I nostri telefoni brillano continuamente. Gli schermi si accendono nelle mani, sulle scrivanie, sui muri. Le notifiche lampeggiano e attirano i nostri occhi. Oggi i telefoni brillano molto, ma il Vangelo ci pone una domanda più profonda: le nostre vite brillano? Siamo luminosi di compassione, onestà e speranza, oppure siamo circondati da luci artificiali mentre la nostra vita resta spenta?

Nel Vangelo, Gesù dice ai discepoli: «Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo». Non dice: «Cercate di diventare luce», ma «siete luce». Il discepolato è prima di tutto un’identità. Ma la luce deve risplendere; altrimenti nega se stessa. Uno schermo può brillare, ma non dà calore, né guida, né senso. La luce del Vangelo nasce invece da una vita plasmata dalle Beatitudini: umiltà, misericordia, purezza di cuore e sete di giustizia.

L’immagine del sale ci ricorda che i discepoli sono chiamati a custodire e migliorare la vita. Il sale agisce in silenzio. Si scioglie nel cibo, perde se stesso perché altri possano gustare. Se perde il sapore, non serve più. Così anche i cristiani: quando perdono la loro differenza—adottando egoismo, indifferenza o disonestà—perdono la forza di trasformare. Un telefono che brilla non può sostituire una vita che dà sapore e direzione.

Gesù parla poi della luce e della città posta sul monte. La luce è fatta per essere vista; una città sul monte non può restare nascosta. La fede non può restare chiusa nelle chiese o ridotta a sentimento privato. Deve diventare bontà visibile. Ma Gesù chiarisce il fine: «perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Non per essere ammirati, ma per rivelare Dio.

La prima lettura, Isaia 58,7–10, mostra come questa luce prende forma: condividere il pane con l’affamato, accogliere il povero senza casa, vestire chi è nudo, togliere oppressione, parole dure e gesti accusatori. Quando la vita diventa giusta e generosa, il profeta promette: «La tua luce sorgerà nelle tenebre». Questa luce non viene da schermi o palchi; nasce dall’amore che diventa azione.

San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, ci ricorda che questa luce non dipende da sapienza umana, potere o prestigio. È Dio che sceglie ciò che è debole, perché nessuno si vanti se non nel Signore. La luce cristiana non nasce da noi: è luce riflessa, che scorre dalla comunione con Cristo.

L’uomo cieco con la lampada ci insegna qualcosa di essenziale per il nostro tempo digitale. Portava la luce non per vedere, ma per essere visto, affinché altri camminassero sicuri. Così anche noi siamo chiamati a brillare non per promuovere noi stessi, ma per servire. I telefoni brillano, ma spesso distraggono. Le vite brillano quando orientano, curano e proteggono.

Oggi Gesù ci chiede: in mezzo a tanti schermi luminosi, la tua vita sarà una lampada? Le tue parole, le tue scelte e le tue relazioni renderanno Dio visibile? Quando questo accade, il mondo può restare oscuro, ma non sarà più senza luce.

Don Yesu Karunanidhi

Arcidiocesi di Madurai

Missionario della Misericordia

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