Lectio Quotidiana
Lun, 19 gennaio ’26
II settimana del Tempo Ordinario, Lunedì
1 Sam 15,16–23. Mc 2,18–22
Digiuno e gioia
Fame e gioia sono profondamente legate. Quando il corpo ha fame, anche il canto più allegro si spegne; quando la fame è saziata, la vita ritorna, i volti si illuminano e la gioia rifiorisce. La fame ci ricorda la nostra fragilità, i nostri limiti e la nostra dipendenza dagli altri. Ci libera dalle illusioni e ci riporta all’essenziale. In questo senso, la fame non è solo fisica: è anche esistenziale. Abbiamo fame di senso, di amore, di appartenenza, di Dio.
Il digiuno è fame scelta. Non è una privazione imposta, ma una decisione libera. In molte religioni e culture, il digiuno è stato vissuto come cammino di guarigione, disciplina e chiarezza interiore. Nella Bibbia, il digiuno è legato alla conversione. Nel Giorno dell’Espiazione, Israele digiunava come segno di ritorno a Dio. Ma al tempo di Gesù il digiuno era spesso diventato un segno rigido e formale. I farisei digiunavano regolarmente, ma il loro digiuno era pesante e senza gioia. Separava dagli altri invece di aprire a Dio.
In questo contesto Gesù usa un’immagine forte: il banchetto di nozze. «Possono forse digiunare gli invitati a nozze mentre lo sposo è con loro?» Dove c’è lo sposo, la gioia è naturale. Il digiuno ha senso quando lo sposo viene tolto—un chiaro riferimento alla passione e alla morte di Gesù. Gesù non rifiuta il digiuno; ne restituisce il vero significato. Il digiuno non è un fine. Prepara il cuore a riconoscere la presenza di Dio e a gioire quando Egli è vicino. Il vino nuovo chiede otri nuovi. Un rapporto nuovo con Dio non può stare in forme vecchie e rigide.
La prima lettura offre un serio avvertimento con la storia di Saul. Saul disobbedisce a un comando chiaro di Dio e si giustifica con un’intenzione religiosa: gli animali risparmiati, dice, erano per il sacrificio. La risposta di Samuele è netta e sempre valida: l’obbedienza vale più del sacrificio. Il fine non giustifica i mezzi. Gli atti religiosi perdono valore quando non nascono dall’ascolto, dalla fiducia e dall’umiltà. Dio non desidera scuse intelligenti, ma un cuore che ascolta.
Tre lezioni per noi oggi.
Primo: le pratiche religiose—digiuno, preghiera, carità—non devono diventare riti vuoti. Senza gioia e obbedienza, perdono l’anima.
Secondo: ciò che scegliamo di “affamare” perde potere su di noi. Quando togliamo spazio, tempo e attenzione alle tentazioni, esse si indeboliscono. Il digiuno educa la libertà.
Terzo: la gioia è segno della presenza di Dio. La parola entusiasmo significa letteralmente “essere in Dio”. Quando Cristo è davvero con noi, anche la disciplina diventa leggera e il sacrificio porta speranza.
Il vero digiuno non conduce alla tristezza, ma alla gioia. Rende più acuta la nostra fame di Dio e apre il cuore alla sua presenza. Dove lo Sposo è accolto, la fame diventa feconda e la gioia si compie.
Don Yesu Karunanidhi
Arcidiocesi di Madurai
Missionario della Misericordia

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