Lectio quotidiana
Gio, 11 dicembre ’25
Seconda settimana di Avvento, giovedì
Isaia 41,13-20. Salmo 145. Matteo 11,11-15
I piccoli e i grandi
La Parola di Dio oggi ridefinisce con dolcezza che cosa significhino piccolo e grande. Agli occhi del mondo, la grandezza si misura con i numeri, la forza, la visibilità e il successo. La piccolezza è vista come debolezza, insignificanza, persino fallimento. Davanti a Dio, invece, la misura è diversa. È Dio che decide chi è grande e chi è piccolo, e in ogni momento può rendere grande chi è piccolo e piccolo chi è grande. La vera grandezza si conserva solo nella presenza fedele di Dio.
1. Quando Dio chiama i piccoli per nome (Isaia 41,13–20)
Nella prima lettura il Signore si rivolge a Israele con parole forti: «Non temere, verme di Giacobbe, piccolo insetto Israele». Non sono parole per umiliare, ma per descrivere come il popolo si sentiva. Nel mondo antico grandi imperi come Egitto, Assiria e Babilonia dominavano la storia. Accanto a loro, Israele era una nazione piccola, debole e vulnerabile. Dopo l’esilio babilonese, il popolo si sentiva schiacciato, insignificante, quasi invisibile. Proprio questa piccolezza, però, attira la vicinanza di Dio: «Non temere, io stesso ti aiuto».
Attraverso Isaia, Dio promette un grande cambiamento. Chi si sentiva senza forza diventerà forte. Monti e colline, simboli dei poteri oppressivi, saranno ridotti in polvere. I deboli diventeranno forti, gli umiliati gioiranno nel Santo d’Israele, i poveri e gli assetati troveranno acqua nel deserto. Accadono tre cambiamenti: i senza forza diventano forti con l’aiuto di Dio; gli umiliati ritrovano dignità e gioia; i bisognosi trovano vita e abbondanza. La grandezza non nasce da noi stessi: è una grazia ricevuta.
2. Giovanni il grande — e chi è ancora più grande (Matteo 11,11–15)
Nel Vangelo Gesù parla con grande rispetto di Giovanni il Battista: «Tra i nati di donna non è sorto nessuno più grande di Giovanni». Giovanni era riconosciuto come profeta e precursore del Messia. Non cercò mai la grandezza per sé. Disse chiaramente di non essere il Messia. Rimase fedele alla missione affidatagli da Dio fino al martirio. La sua grandezza sta in questo: ha compiuto ciò che Dio gli aveva chiesto.
Poi Gesù aggiunge una parola sorprendente: «Il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». Gesù non sminuisce Giovanni. Indica un nuovo modo di vedere. I discepoli erano pochi, deboli e poco importanti agli occhi del mondo. Ma la loro fede in Gesù li rende membri del Regno. Non il riconoscimento pubblico, ma l’appartenenza al Regno definisce la vera grandezza. Giovanni custodì la sua grandezza con umiltà e obbedienza. I discepoli sono chiamati a custodire la loro con fede e perseveranza.
3. La grandezza del Messia debole
L’Avvento ci ricorda che Dio stesso ha scelto la via della piccolezza. Il Messia non viene con potenza, ma come un bambino fragile. Proprio perché ha condiviso la debolezza, Dio sta accanto a tutti i deboli. Colui che conosce la fragilità dall’interno diventa forza per i fragili.
Conclusione
La nostra grandezza o piccolezza, forza o debolezza, dignità o umiliazione non dipendono dal nostro ruolo, ma dalla nostra vicinanza a Dio. Il Dio che può trasformare un verme in uno strumento forte chiede una sola cosa: affidarci a lui. Chi si consegna a Dio non perde il proprio valore. Lo scopre.
Don Yesu Karunanidhi
Arcidiocesi di Madurai
Missionario della Misericordia

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